A che serve l’esperienza teatrale?
Il 27 marzo è la Giornata Mondiale del Teatro. Quest’anno il messaggio ufficiale è affidato a Willem Dafoe, che tocca alcuni temi che risuonano in modo particolare con il nostro lavoro e su cui vogliamo condividere alcune riflessioni.
Dafoe parte dai suoi esordi teatrali davanti a platee a volte piccole che però lui e i suoi compagni di scena sentivano il «dovere di onorare», non per ragioni economiche o contrattuali, ma perché «il pubblico come testimone è ciò che dà senso e vita al teatro». Parole che sentiamo vicine perché descrivono qualcosa che conosciamo: l’andare avanti anche quando le condizioni non sono ideali, la scelta di non smettere, la convinzione che valga sempre la pena, anche e soprattutto nei piccoli contesti.
Ma perché? A che serve fare teatro?
È la domanda a volte esplicita, a volte taciuta ma chiaramente espressa senza parole, che ci arriva da chi ci osserva distrattamente da lontano.
Davvero ha una valenza?
Non è solo vanità?
Non è mero desiderio di apparire?
Di appagare l’ego per la durata di un applauso?
No.
C’è un malinteso da sciogliere, e riguarda proprio l’essenza del teatro. In una società ossessionata dalla performance, dove tutto deve essere produttivo, misurabile, visibile nel suo risultato, si tende a ridurre il teatro al suo momento più esteriore: lo spettacolo. Ma non è così. Sembra un paradosso, ma…
L’essenza del teatro non è la performance. È il processo.
È quello che accade mentre si lavora insieme, mentre ci si mette in ascolto, mentre si prova e si sbaglia e si riprova. È quell’esperienza di connessione profondissima che avviene quando ci si trova nello stesso spazio, in carne e ossa, con la stessa disposizione all’incontro. È, scrive Dafoe, «vivere insieme, in tempo reale, un atto di creazione, che può essere strutturato e progettato, ma è sempre diverso».
Il teatro, dunque, non è rappresentare, ma essere.
L’esperienza teatrale, da entrambi i lati, non ha niente a che vedere con l’ego e ha tutto a che fare con l’altro. Il teatro educa: all’ascolto, alla presenza, a stare nei panni degli altri, alla comprensione reciproca, all’esplorazione del diverso. È un esercizio continuo di umanità.
Non a caso si parla di pedagogia teatrale. Pedagogia come scienza dell’educazione umana, della formazione della persona in tutto l’arco della sua vita.
Non a caso parliamo di laboratori teatrali. Laboratorio come luogo «dove si vuole essere scoperto, svelato, vero, con l’intera natura umana […] dove andare uno incontro all’altro, deporre le armi, non avere paura gli uni degli altri, in nulla» (Grotowski).
Dai nostri laboratori passano tutte le settimane circa 120 allievi, dai 3 e i 75 anni, perché la formazione della persona non ha età.
Il nostro lavoro è mosso dal desiderio di aiutare ciascuno a costruire i propri strumenti per leggere il mondo e per abitarlo con più consapevolezza, in sinergia con la collettività.
Strumenti tanto più necessari oggi che, come scrive anche Dafoe, «le nuove tecnologie e i social network promettono connessione ma sembrano aver invece frammentato e isolato le persone le une dalle altre». Lo vediamo ogni giorno, nei giovani come negli adulti: persone brillanti, curiose, desiderose di andare oltre la superficie, che cercano anche nel teatro gli strumenti per fare i conti con una realtà sfilacciata dalla virtualità delle relazioni, dall’impoverimento del linguaggio, dalla violenza strisciante che si normalizza quando i rapporti perdono corpo e presenza.
Chi frequenta un laboratorio teatrale di solito inizia per gioco, poi scopre che quell’esperienza racchiude molto più di quanto si possa immaginare guardandola da lontano. Il teatro è uno dei pochi spazi in cui l’incontro autentico con l’altro è ancora possibile e necessario. In cui esiste ancora la meraviglia, «una meraviglia fondata sull’attenzione, sul coinvolgimento e su una comunità spontanea di persone presenti in un cerchio di azione e risposta». Cerchio, presenza, azione, risposta. Quattro parole che esprimono il succo dell’esperienza teatrale.
«Socialmente e politicamente, il teatro non è mai stato così necessario per la comprensione di noi stessi e del mondo» .
E per questo, aggiungiamo, merita un sostegno che vada oltre la logica commerciale, dove tutto quello che conta sono i numeri: il teatro non è un prodotto da finanziare, ma una necessità sociale da riconoscere, legittimare e soddisfare.
Come scrive Dafoe, «la sfida per chi fa teatro oggi è resistere alla tentazione di ridurlo a puro intrattenimento per distrazione, o a custode polveroso delle tradizioni, e alimentarne invece la capacità di connettere persone, comunità, culture, e di interrogarci su dove stiamo andando».
«Il teatro come forma d’arte totale può farci vedere ciò che è stato, ciò che è, e ciò che il nostro mondo potrebbe essere»
Ecco a cosa serve quello che facciamo.
Questa cosa che agli occhi dei più appare bizzarra, se non addirittura inutile, e che invece è necessaria per comprenderci come esseri umani.
E per farlo insieme.
Che oggi è qualcosa di davvero straordinario.
Buon Teatro, a chi lo fa, a chi lo vive, a chi lo sostiene, a chi un giorno lo scoprirà.
Circolo di Piazza Alta A.P.S.